Venerdì, 15 agosto 2008
L'altra faccia della Luna
Ovvero: ogni medaglia ha il suo rovescio...
Sorge la domanda: Perché questi cosìdetti libri sacri sono dati in forma sviante? Perché non viene spiegato chiaramente ciò che in essi si intende? Se la storia di Giacobbe che soppianta Esaù, oppure quella della Torre di Babele, o quella dell'Arca costruita su tre piani che supera il diluvio, non sono letteralmente vere, ma hanno un significato interiore del tutto diverso, perché tutto ciò non è detto chiaramente?
Maurice Nicoll THE NEW MAN An interpretation of some parables and miracles of Christ, pag. 3 - (Eureka Editions, 1998)
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Giovedì, 14 agosto 2008
E se, alla fin fine...
Altri scorci prospettici
Questi sono i processi della storia dell'umanità, che possono essere resi visibili tramite la trasparenza immaginativa del mito biblico dell'arca di Noè. Noè è il nome biblico del grande Manu. Noè significa «il portatore di pace». Con la semente della forza di pensiero, egli impianta nelle anime la capacità di produrre quiete ed equilibrio all'interno delle tempestose forze della natura, alle quali fino al periodo atlantico l'interiorità umana era abbandonata. Egli porta il seme della quiete interiore nel mezzo di tempeste cosmiche, che lacerano il volto della terra. E così la Bibbia, in armonia con il suo nome, denomina 'manoah' il posto verso il quale egli guida la sua schiera selezionata: «il luogo della quiete». Nella immaginazione questo posto appare come la cima del monte che per primo spuntò dalle acque calanti e dai cui olivi la colomba colse il ramo della pace.
La forza fondatrice di pace, immessa da Noè nelle anime, trova una corrispondenza cosmica nelle condizioni completamente cambiate della natura terrestre dopo la fine del grande diluvio. La terra tutta sembra trasformata in un grande manoah. Quello che prima era visto in continuo imprevedibile movimento e ondeggiare, in violenta formazione di forma, prende ora una forma duratura. Le potenze soprasensibili dell'esistenza elementare lasciano la loro opera, nelle cui membra esse fino a quel momento erano attive in modo violento. Esse si ritirano dietro i veli del mondo dei sensi, nel quale ora disegnano le nitide forme e colori che oggi ci circondano. Si forma il mondo delle leggi della natura; massa, numero e peso avanzano con forza. La vita della natura si ordina secondo ritmi regolari. È come se nell'anima della terra, parimenti che nell'anima dell'uomo, fosse stato seminato il pensiero ordinatore. La natura comincia a divenire comprensibile nell'istante in cui l'uomo sviluppa la facoltà della comprensione. Oggi dell'antica imprevedibilità degli elementi, accanto al postumo brillare del fuoco vulcanico, sopravvive ancora un unico residuo: gli aspetti del tempo atmosferico.
Emil Bock GENESI, pagg. 88, 89 (Edizioni Arcobaleno, 2000)
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Sabato, 31 maggio 2008
Ma allora...
...nessuna Arca sul Monte Ararat?
La rilettura del brano biblico che racconta dell'approdo dell'arca "sui monti di Ararat", condotta sulla base della nuova metodologia della decompressione analitica, come si è visto mette in seria discussione la possibilità stessa che l'arca si sia arenata sulle pendici del Grande Ararat (rendendola del tutto impossibile sia ad alta che a bassa quota), avvalorando nel contempo le ipotesi di quei ricercatori che argomentano la presenza di presunti resti in zone limitrofe o più lontane, o addirittura di coloro i quali negano che un tale approdo sia mai avvenuto, e che l'arca sia mai esistita. Tutto ciò unicamente per il semplice fatto che il Monte Ararat...
(Non vorrete mica dirci che non lo avevate ancora capito, vero?)
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Martedì, 27 maggio 2008
...e comparvero le Cime dei Monti.

copyright © 2008 search for the ark
Abbiamo lasciato sedimentare abbastanza la cosa, e le riflessioni scaturite dal confronto del testo di Crombette (vedi il post precedente, più sotto) con alcuni di quelli delle traduzioni correnti della Bibbia (se è avvenuto, e laddove sia avvenuto) dovrebbero pure essere approdate a qualche esito particolare, crediamo.
Ad ogni modo, presentiamo adesso il testo che avevamo preannunciato nel post di presentazione del programma di maggio, per il quale è stata adottata la metodologia della cosìddetta decompressione analitica. Il risultato, nella sua semplicità, è stupefacente, sia per quanto riguarda l'estrema linearità logica che il testo acquisisce, e sia per le conseguenze che da esso derivano in relazione alla nostra ricerca, conseguenze gravide di significato e suscettibili addirittura di dare un nuovo orientamento alla ricerca stessa.
I tradizionalisti ad oltranza, che potrebbero sentire tutto ciò come una minaccia alle proprie certezze e soprattutto come negazione della visione tradizionale, possono comunque stare sufficientemente tranquilli: le prove che abbiamo a disposizione, ancora incomplete ma abbastanza significative, depongono a favore della visione tradizionale, pur non escludendo ciò che potrebbe derivare da questa nuova lettura dell'approdo dell'arca sui monti dell'Ararat.
A proposito: certo che si può sapere di cosa stiamo parlando, ma ancora una volta ci dovrete mettere del vostro, se volete portare a casa qualcosa. Ecco il nuovo testo:
"Poi Dio si ricordò di Noach, e di ogni bestia selvaggia e di ogni animale domestico
che era con lui nell'arca, e Dio fece passare il suo vento attraverso la terra, e le acque si abbassavano. E le sorgenti delle acque dell'abisso e le cateratte dei cieli si chiusero, e non ci fu più pioggia dal cielo. E le acque piano piano cominciarono ad abbassarsi. In tutto ci vollero
centocinquanta giorni perché non ve ne fossero più.
L'arca si posò sui monti di Ararat nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese. Le acque continuarono a ritirarsi quietamente fino al decimo mese. Ma il decimo mese, il primo del mese, ci fu un grande sconvolgimento, e la crosta della terra si fratturò, e le faglie furono spinte con violenza, e comparvero le Cime dei Monti."
dal libro della Genesi, capitolo 8, versi da 1 a 5.
(IN PRINCIPIO Dalla Creazione al Diluvio - Infinito Concentrico, 2008)
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Mercoledì, 14 maggio 2008
Giunto al primo giorno di questo decimo mese...
...che ne fu delle cime dei monti?
...(poi) saggiamente Egli disse di interrompere la chiusura delle finestre.
I luoghi più alti erano stati scossi, le tempeste avevano imperversato, (le acque) che si muovevano simili a un serpente corrente intorno erano cadute, le potentissime forze che facevano in modo che esse fossero in movimento circolare intorno ai cieli avevano cessato di agire, inondando di conseguenza le vette, spazzando i monti più alti; nello stesso tempo in cui queste potentissime forze in moto circolare in cima ai cieli avevano cessato di agire, il bel cerchio di vari colori era svanito.
Le copiosissime acque dell'alto che avevano colmato la terra fino alle parti più lontane si ritirarono evacuando la terra asciutta, facendo vedere la grande estensione del disastro distruttore; le copiosissime acque dell'alto lasciarono i monti, compiuti i 150 giorni, ricaddero in massa nel cerchio universale,
e la grossa arca, nel settimo mese, si fermò presso la cima della grande montagna caduta donde provengono le teste (dei quattro fiumi principali, cioè l'Ararat).
E le copiosissime acque dell'alto riunite a quelle del basso, rimasero ai margini della superficie della terra, sparse lontano nell'acquietamento fino al decimo mese (nella misura delle due mani). Giunto al primo giorno di questo decimo mese, avvenne una grande agitazione; la superficie, inizialmente messa insieme, si spezzò e si separò violentemente (in pezzi) che furono spinti.
dal libro della Genesi, capitolo 8, versi da 1 a 5.
(Fernand Crombette La Genesi, questa incompresa - Les Cahiers du CESHE, 1989)
Confronta questo testo con quello di (clicca sulla versione prescelta):
Nuovissima versione della Bibbia - Edizioni Paoline 1981
Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture - Watch Tower 1987
BERESHIT Genesi - Mamash 2003
La Sacra Bibbia - Versione Riveduta 1969
Le particolari scelte linguistiche su cui si basa la traduzione di Crombette sono indicate nel post precedente.
postato alle ore 08:24 | Commenti (4)
Martedì, 13 maggio 2008
Una parola sulla traduzione
Il copto e la lingua ebraica
In fondo, si è proprio capito che cos’era l’ebraico e in particolare l’ebraico di Mosé?
(...) Facciamo notare la stretta somiglianza dell’ebraico e del copto e mostriamo soprattutto che il copto illumina straordinariamente l’ebraico. Ciò è dovuto al fatto che il copto, essendo monosillabico, permette l’analisi onomastica delle parole ebraiche complesse il cui significato primitivo è sfuggito per il fatto che entrando in composizione i radicali, si sono irrigiditi in una particolare accezione ed anche perché, invece di analizzare l’ebraico, che è una lingua antichissima e vicinissima, quindi, alle monosillabiche, lo si tratta come una delle nostre lingue moderne fatte di parole composte ben formate. Prendendo superficialmente le parole, vedendovi solo la morfologia invece dell’etimologia, si è esposti a fare traduzioni superficiali.
Si chiama copto antico la lingua degli egiziani. Era la lingua materna di Mosé, educato alla corte di Faraone. È quindi naturale che, sotto la sua penna, le lettere del testo ebraico possano essere lette in copto (...). Una conferma indiretta si trova però nei milleottocento passi oscuri contenuti nella Bibbia: questi passi restano incomprensibili, in ebraico, e il loro significato ci è noto solo mediante la tradizione orale di cui i Settanta e San Gerolamo si sono fatti l’eco. È dire che la lingua di Mosé, accanto al senso ovvio conservato dall’ebraico, può legittimamente apportare molte precisazioni e spiegazioni.
Fernand Crombette dalla Premessa alla prima edizione di La Genesi, questa incompresa (Les Cahiers du CESHE, 1989)
La traduzione ottenuta da Crombette basandosi sulla premessa dell'affinità linguistica tra l'ebraico parlato da Mosè e il copto antico (anche se è difficile parlare di traduzione in senso stretto in questo caso) è estremamente interessante. Il senso della Scrittura viene di molto arricchito (in alcuni casi si potrebbe dire perfino troppo); certi particolari si presentano inaspettatamente all'attenzione del lettore, dischiudendo nuove possibilità di interpretazione e, talora, portando ricchezza di significato proprio dove nelle traduzioni correnti il senso è di per sé oscuro. Discutibile finchè si vuole (e bisogna assolutamente che se ne discuta) ma anche assolutamente vivificante.
Domani proporremo la "traduzione" di Crombette dei versi della Genesi che stiamo esaminando, perchè proprio fra di essi emerge un particolare del tutto degno di nota per quelli che, come noi, sono impegnati nelle attività di ricerca nella zona dei monti dell'Ararat: un particolare che potrebbe addirittura capovolgere le prospettive di tutto il lavoro fino a qui svolto...
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Domenica, 11 maggio 2008
Variazioni sul tema
Geografia di un approdo ad assetto variabile
Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Ararat (Gn 8,4).
Così racconta la Bibbia. La Vulgata, la sua versione latina, è più esplicita: «L'arca si fermò sulle montagne dell'Armenia». Il Targum, la versione aramaica, puntualizza ulteriormente: si tratta del monte Kardu, a proposito del quale un frammento della traduzione araba dei commentari di Ippolito di Roma dice: «Per quanto riguarda il monte Kardu, è a est, nel paese della tribù di Raban, e gli orientali lo chiamano Godas(h); gli arabi e i persiani lo chiamano Ararat» (Framm. arabo al Pent.). I rabbini, in questo caso, stranamente tagliano corto: «sui monti di Kardunia» (Gen. Rab. 33,4) è il loro lapidario e apparentemente distratto parere. Il libro dei Giubilei concorda solo parzialmente: «E l'arca andò vagando e si fermò sulla cima di Lubar, uno dei monti dell'Ararat» (V,28). Teofilo di Antiochia (II sec.), nel secondo libro dell'unica sua opera rimasta, propende per altre localizzazioni: «Quanto all'arca, i resti sono ancora oggi visibili sui monti dell'Arabia» (Ad Autolycum II, 19).
È comunque verosimile che l'Ararat, per la Bibbia, sia solamente il nome di una regione – quella che le iscrizioni assire indicavano con il nome di Urartu – in parte sovrapponibile all'odierna Armenia.
Massimo Baldacci Il DILUVIO Mito e realtà del più grande cataclisma di tutti i tempi, pagg. 53, 54 (Mondadori, 1999)
Dopo la citazione, che abbiamo aggiunto come ulteriore tassello nella ricostruzione del grande mosaico interpretativo del passo della Genesi che stiamo esaminando da un po' di tempo a questa parte, vogliamo ora ringraziare per il suo commento nel post precedente e dare il benvenuto a Giuseppe: perché lo conosciamo e perché, anche, ne riconosciamo l'autorità in materia, in quanto, a differenza di altri "studiosi" dello stesso soggetto, parla per conoscenza diretta...
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Venerdì, 09 maggio 2008
Il Grande Ararat e il Piccolo Ararat

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L'area geografica dell'Ararat (circa 300 km di circonferenza), include il Grande Ararat (5.165 m) e il Piccolo Ararat (3.925 m). Leggendo le Sacre Scritture (Genesi 7:11) sappiamo che le acque del diluvio caddero verso il 2 novembre del 2.370 a.E.V.; dopo 40 giorni e 40 notti (Genesi 7:17) la pioggia cessò e le acque sulla terra iniziarono a ritirarsi. Dopo 110 giorni (150 giorni dall'inizio del diluvio) l'Arca si fermò sui monti di Ararat (Genesi 8:4).
(...) Si nota dal racconto che nello stesso giorno, quando le acque incomin- ciarono a decrescere, l'Arca approda sulla montagna.
Come dichiarato in Genesi 8:3 e 8:5, le acque si ritirarono "progressivamente", cioè con un aumento di velocità proporzionato al trascorrere del tempo.
Genesi 8:5 prosegue: "E le acque diminuivano progressivamente fino al decimo mese. Il decimo mese, il primo del mese, apparvero le cime dei monti. (...)
Non essendoci altre significative montagne nella zona ad eccezione del Piccolo Ararat (3.925 m) abbiamo desunto che Noè vide proprio la cima di quel monte; quindi dov'è l'Arca?
Studiando Genesi 8:1-3, notammo come l'Arca avesse una sola finestra su un lato. Infatti in Genesi 8:6 si legge: "Noè apriva la finestra dell'Arca che aveva fatto".
(...)
Genesi 8:8 "Più tardi mandò fuori di presso a sé una colomba per vedere se le acque erano diminuite sulla superficie del suolo". E' evidente il fatto che con una sola finestra Noè era in grado di vedere solo di fronte e non poteva sapere come fosse la situazione sui lati e sul retro dell'Arca.
Genesi 8:13 conferma la conclusione che l'Arca avesse una sola finestra, infatti si legge: "e Noé toglieva la copertura dall'arca e guardava, ed ecco, la superficie del suolo si era asciugata."
Quando Noè tolse la copertura dell'Arca e poté salire sul tetto, fu in grado di osservare a 360° e finalmente riuscì a vedere che la terra tutt'intorno era asciutta.
Per vedere le cime dei monti ("monti" plurale, minimo due) l'arca doveva essere posizionata su quel versante che permettesse di vedere sia la cima del Grande Ararat sia quella del Piccolo Ararat.
Abbiamo così ricavato un primo ed importantissimo elemento: l'Arca si poggiò sul versante nord/ovest del Grande Ararat.
Inoltre, per essere in grado di vedere la cima del Piccolo Ararat che dista 11 Km dalla cima del Grande Ararat, era necessario che la prima emergesse di almeno 100 m.
NARKAS Associazione Archeologica e Scientifica Il Diluvio Universale tra Mito e Scienza, pagg. 180, 181 (Azzurra 7 - Divisione Editoria, 2004)
N.B. La citazione che precede è fatta per completezza di informazione, ma non rispecchia in alcun modo la nostra visione della cosa. Per quanto ci riguarda, pur apprezzando il grande sforzo che è stato sicuramente necessario per la realizzazione di tale testo (studio e ricerca della teoria, ricerca in loco e produzione editoriale) dissentiamo totalmente da esso, nella forma e nella sostanza, cioè sia dai risultati che dalla procedura adottata per ottenerli.
Nella foto, visione d'insieme del Grande Ararat (con la cima coperta dalle nuvole) e del Piccolo Ararat (il cono piccolo che si vede sulla destra).
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Mercoledì, 07 maggio 2008
Apparvero le cime dei monti...
I monti dell'Ararat e le cime dei monti
C'è un indovinello biblico che si propone in questi termini: "Chi è colui che è sceso dalla montagna senza esserci mai salito?"
Fate conto che il problema che stiamo affrontando non solo trae la sua origine dalla medesima situazione sottintesa nell'indovinello, ma gli è anche molto simile, nell'apparenza: "Che cime apparvero dalla cima?" Ovvero, se l'arca si fermò sui monti dell'Ararat "nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese", le cime di quali monti apparvero la bellezza di due mesi e mezzo più tardi, mano a mano che le acque avevano continuato a decrescere?
Questa domanda si era già affacciata alla mente di alcuni ricercatori, e la prossima volta vi proporremo la loro interpretazione di questo passo, anche alla luce della conoscenza che essi rivendicano di quei luoghi...
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Lunedì, 05 maggio 2008
E come direbbe l'Incomparabile...

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Nei precedenti post abbiamo riportato in quattro differenti versioni (in relazione alle quattro principali correnti religiose che in Italia si rifanno al testo sacro) il brano della Genesi che narra dell'approdo dell'arca.
La lettura avrà sicuramente permesso a tutti di verificare che tra di esse non ci sono in realtà significative differenze, ma, comune a tutte, è invece presente nel racconto quella che potremmo definire una contraddizione intrinseca: siete riusciti a rilevarla? (Non è che occorra chissà quale grande scienza...)
Dalle insondabili profondità della sua saggezza, l'incomparabile Mullah Nassr Eddin, di gurdjieffana memoria, avrebbe sicuramente detto: "Qui gatta ci cova."
N.B. Se, in riferimento a questo solo passo, la vostra traduzione della Bibbia dovesse differire sensibilmente dalle quattro versioni presentate, vi saremmo enormemente grati se voleste segnalarcelo, magari riportando la citazione nello spazio riservato ai commenti. Grazie.
Nella foto, il monumento eretto in onore di un saggio, a Dogubayazit, cittadina Curda situata ai piedi dell'Ararat: pensammo veramente che fosse dedicato all'Incomparabile...
postato alle ore 09:41 | Commenti
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